Veneto terra di ghetti?
Lettera inviata al Gazzettino e pubblicata
La parola stessa e la realtà del "ghetto", appartengono alla tradizione storica e sociale del Veneto. Dai tempi della reclusione degli Ebrei a Venezia, al ghetto di via Anelli dove sono stati reclusi di fatto gli immigrati dalla buona coscienza dei solerti cittadini, si direbbe che non sono cambiate di molto le propensioni sociali dei Veneti. Sporchi, diversi e cattivi: le attribuzioni di disvalore delle etnie diverse più spesso seguono, anziché precedere, gli atteggiamenti di esclusione e di segregazione fatta dal conformismo dei locali. Non occorre un grande intuito per capire che il modo in cui gli immigrati si comportano è in larghissima parte conseguenza della qualità umana di chi li ospita o dovrebbe provvedere alla convivenza. Non mi soffermo sul fatto crudele e rimosso dalla coscienza di tutti che questi immigrati sono qui, legali o clandestini, unicamente per una criminale logica del marketing della forza di lavoro a prezzi stracciati gestita dalla politica globalista delle imprese (fino a 15, 20 anni fa nessuno di loro si era sognato di farsi derubare e rischiare la vita per venire in Europa!).
Mi limito soltanto a rilevare come l'atteggiamento di esclusione, ghettizzazione e criminalizzazione è talmente diffuso e radicato nella coscienza dei locali che viene applicata con la stessa efficacia contro i loro stessi figli, quando colti dal dionisiaco bisogno di trasgressione si inventano il rito dello spritz di massa nelle piazze del centro. Non fanno altro che celebrare l'antico rito dell'ombretta tanto caro ai loro nonni, eppure sono assimilati alla pericolosità di una banda armata, al punto da aver convinto l'amministrazione ad adottare il solito e drastico provvedimento: il ghetto. Questa volta sulle sponde del Piovego al Portello, per allontanare dal centro imbalsamato i giovinastri o, forse, per contrastare l'occupazione pacifica di quelle (onte) sponde che già gli immigrati avevano fatto in modo massiccio. Credete che basti per placare l'innata propensione al rancore e all'intolleranza? Ovviamente no, già partono lancia in resta le iniziative dei comitati civici e dei quartieranti di mestiere per continuare la squallida e già vista rassegna dell'insofferenza, del settarismo, della litigiosità e dell'insoddisfazione ad ogni costo, segni evidenti di una irrisolta povertà sociale e culturale nel ricco Nord Est.
Sergio Martella
La parola stessa e la realtà del "ghetto", appartengono alla tradizione storica e sociale del Veneto. Dai tempi della reclusione degli Ebrei a Venezia, al ghetto di via Anelli dove sono stati reclusi di fatto gli immigrati dalla buona coscienza dei solerti cittadini, si direbbe che non sono cambiate di molto le propensioni sociali dei Veneti. Sporchi, diversi e cattivi: le attribuzioni di disvalore delle etnie diverse più spesso seguono, anziché precedere, gli atteggiamenti di esclusione e di segregazione fatta dal conformismo dei locali. Non occorre un grande intuito per capire che il modo in cui gli immigrati si comportano è in larghissima parte conseguenza della qualità umana di chi li ospita o dovrebbe provvedere alla convivenza. Non mi soffermo sul fatto crudele e rimosso dalla coscienza di tutti che questi immigrati sono qui, legali o clandestini, unicamente per una criminale logica del marketing della forza di lavoro a prezzi stracciati gestita dalla politica globalista delle imprese (fino a 15, 20 anni fa nessuno di loro si era sognato di farsi derubare e rischiare la vita per venire in Europa!).
Mi limito soltanto a rilevare come l'atteggiamento di esclusione, ghettizzazione e criminalizzazione è talmente diffuso e radicato nella coscienza dei locali che viene applicata con la stessa efficacia contro i loro stessi figli, quando colti dal dionisiaco bisogno di trasgressione si inventano il rito dello spritz di massa nelle piazze del centro. Non fanno altro che celebrare l'antico rito dell'ombretta tanto caro ai loro nonni, eppure sono assimilati alla pericolosità di una banda armata, al punto da aver convinto l'amministrazione ad adottare il solito e drastico provvedimento: il ghetto. Questa volta sulle sponde del Piovego al Portello, per allontanare dal centro imbalsamato i giovinastri o, forse, per contrastare l'occupazione pacifica di quelle (onte) sponde che già gli immigrati avevano fatto in modo massiccio. Credete che basti per placare l'innata propensione al rancore e all'intolleranza? Ovviamente no, già partono lancia in resta le iniziative dei comitati civici e dei quartieranti di mestiere per continuare la squallida e già vista rassegna dell'insofferenza, del settarismo, della litigiosità e dell'insoddisfazione ad ogni costo, segni evidenti di una irrisolta povertà sociale e culturale nel ricco Nord Est.
Sergio Martella