Lunedì 15 giugno 2026
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*** La vitalità estrema del cristianesimo... un

Filosofo · · 0 interventi
La vitalità estrema del cristianesimo... un "mito reale"...

Per spiegare tutto questo bisogna guardare un poco più da vicino il mito in generale, e questo mito in particolare.

L'intelletto umano è incurabilmente astratto. È quello puramente matematico il tipo di pensiero vincente. Eppure le sole realtà di cui facciamo esperienza sono concrete: questo dolore, questo piacere, questo cane, questo uomo. Quando concretamente amiamo l'uomo, sopportiamo il dolore, godiamo un piacere, non apprendiamo intellettualmente il Piacere, il Dolore o l'Individualità.
D'altro canto, quando incominciamo a farlo, le realtà concrete decadono a meri campioni o esempi: non trattiamo più di esse, ma di ciò che esse esemplificano.
È questo il nostro dilemma: o gustare senza conoscere, o conoscere senza gustare. O - per essere più rigorosi - mancare di un aspetto della conoscenza perché si è immersi nell'esperienza, o mancare di un altro perché se ne è fuori. Pensando, siamo tagliati fuori da ciò che pensiamo; gustando, toccando, volendo, amando e odiando, non comprendiamo con chiarezza. Più lucidamente pensiamo, più siamo tagliati fuori: più profondamente entriamo nella realtà, meno possiamo pensare.
Non si può studiare il Piacere nel momento stesso dell'abbraccio nuziale, o il pentimento mentre ci si pente, né analizzare la natura dell'umorismo mentre ci si sbellica dalla risa. Ma in quale altro momento si possono davvero conoscere queste cose? "Se solo il mio mal di denti cessasse, potrei scrivere un altro capitolo sul Dolore". Ma una volta che il male cessa, che ne so io del dolore?

Il cristianesimo...

Chi non sa che questo mito grandioso è divenuto fatto quando la Vergine concepì è, in verità, da considerare con compassione. Ma ai cristiani è invece necessario ricordare anche che ciò che è divenuto fatto era mito e che esso ha portato con sé nel mondo del fatto ciò che è proprio del mito.

Dio è più di un dio, non meno. Non dobbiamo vergognarci del fulgore mitico che la nostra teologia conserva.
Non dobbiamo temere i "paralleli" e i "cristi pagani": essi debbono stare là dove stanno e sarebbe una pietra d'inciampo se non vi stessero. Non dobbiamo, con falso atteggiamento spirituale, negare loro il benvenuto di cui è capace la nostra immaginazione.
Se Dio sceglie di essere mitopoietico - e non è forse un mito il cielo stesso? -, ci rifiuteremo noi di essere mitopatici? È questo infatti il matrimonio tra cielo e terra: Mito perfetto e Fatto Perfetto, che non reclamano solo il nostro amore e la nostra obbedienza, ma anche il nostro stupore e il nostro diletto, e che si rivolgono al selvaggio, al bambino e al poeta che vi è in ognuno di noi non meno che al moralista, allo studioso e al filosofo.
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