Mercoledì 10 giugno 2026
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STATALI, SINDACATI E SFRUTTAMENTO

Sergio · · 53 interventi
Qualsiasi governo desideri avviare in Italia una politica di riforme per rilanciare la competitività, promuovere la produttività e gli investimenti, risanare le finanze, dovrà fare i conti con la pubblica amministrazione e i sindacati.
La pubblica amministrazione conta oltre 3,3 milioni di dipendenti.
Cosa sono i sindacati?
Sono organizzazioni private che, nella migliore delle ipotesi, difendono gli interessi dei loro iscritti. I loro iscritti, non i diritti dei lavoratori. La metà degli iscritti sono pensionati. La metà della restante metà sono pensionandi. Tra i pochi iscritti residuali pochissimi hanno meno di trent'anni.
In realtà spesso i sindacalisti sono impegnati a costruire le proprie personali fortune economiche e politiche, conquistare nuovi spazi da occupare e ricchi privilegi.
La partitocrazia ha sempre cooptato i sindacati per meglio gestire e occupare ogni spazio di potere.
Così le organizzazioni a tutela dei lavoratori sono diventate organizzazioni statalizzate che concorrono alla spartizione del potere e allo sfruttamento dei lavoratori.
Sono sfruttati i lavoratori che lavorano anche per quelli che, assenteisti e lavativi, fingono di lavorare.
I sindacati sanno benissimo quanti lavoratori, soprattutto nella pubblica amministrazione, non lavorano arrecando danno a coloro che sgobbano e a tutta la collettività. Quante energie hanno dedicato i sindacati a debellare il fenomeno dell'assenteismo? Nulla.
I sindacati sanno benissimo che nella scuola ci sono insegnanti che non lavorano, insegnanti che hanno il "posto" per titoli ed esami ma stendiamo un velo pietoso sui titoli, sugli esami e sulle capacità didattiche.
I sindacati hanno sempre contrastato ogni meritocrazia: rischierebbero di votare per il proprio suicidio.
I sindacati difendono una riforma delle pensioni iniqua che, "salvando" i propri iscritti, ha trasferito tutto l'onere del risanamento sulle future generazioni. La riforma Dini, confermata poi da Prodi, ha infatti introdotto il sistema contributivo solo per chi non aveva maturato 18 anni di contribuzione al momento dell'entrata in vigore della riforma; chi aveva raggiunto questo livello non è stato toccato dalla riforma. Con quale coraggio questi lestofanti, sostenuti da politici dalla dubbia onestà intellettuale, gridano poi allo scandalo per il cosiddetto scalone della riformicchia Maroni? E cosa è stata la riforma Dini se non un massacro delle future generazioni pur di non toccare il bacino elettorale controllato dalle cosche sindacali?
Adesso si chiude il cerchio con il rinnovo del contratto degli statali.
Gli statali reclamano un aumento e il governo assicura che ogni decisione sarà presa con il pieno accordo dei sindacati.
All'asfissiante partitocrazia, condizionata da grigi interessi di parte, si somma la nauseante sindacatocrazia.

Cento euro di aumento per ogni statale fa la bella cifra di 330 milioni di euro di maggior costo per la collettività.
Ogni aumento salariale deve essere accompagnato da una riduzione del numero dei dipendenti della pubblica amministrazione in modo da conseguire un risparmio nella spesa complessiva per il personale della pubblica amministrazione.
S'introducano criteri reali di valutazione della produttività e ad essi si leghi una parte consistente dello stipendio.
Entro i prossimi dieci anni la pubblica amministrazione deve ridursi di un terzo: le future generazioni non potranno reggere il peso delle pensioni dei nonni, dei padri e della pubblica amministrazione elefantiaca e inefficiente.
La gerontocrazia che ci sfrutta ha innescato un micidiale "conflitto generazionale": se si continua su questa strada, sarà sterminio dei nonni e dei padri. Solo eliminando fisicamente padri e nonni le future generazioni potranno assicurarsi un futuro.

Non possiamo permetterci un numero così consistente di dipendenti pubblici.
Non possiamo permetterci gli attuali livelli di inefficienza che gravano sulla produttività del sistema Italia.
Non possiamo permetterci che la sindacatocrazia continui a decidere ogni provvedimento economico del governo.
Non possiamo permetterci una partitocrazia alla mercé dei sindacati.
Bisogna estromettere i sindacati da ogni partecipazione alle scelte politiche che competono a chi ha rappresentanza politica. Tutti gli altri facciano sentire al loro voce, spieghino le loro ragioni, protestino, scioperino, ma chi è stato eletto si assuma la responsabilità del decidere senza cercare il consenso di chi rappresenta solo se stesso.
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